Nei primi giorni di maggio, ci sono stati giorni di pioggia infinita e quando l’aria di fine maggio dovrebbe essere più mite e il giardino è nel suo massimo splendore, l’impossibilità di lavorare all’aperto mi ha portato alla mente dei ricordi d’infanzia, ai quali sono seguite delle riflessioni: orto e giardino non sono solo un pezzo di terra recintato…
La mia prima, vera esperienza con l’orto risale all’età di sette o forse otto anni. Con la genuina curiosità che caratterizza i bambini, presi dalla dispensa una manciata di fagioli secchi originariamente destinati alla minestra e, senza troppi pensieri, li piantai nella terra. Nel giro di qualche settimana, che sorpresa! piccoli getti rigogliosi iniziarono ad allungarsi e ad avvilupparsi alla recinzione dell’orto. Quell’abbondante produzione seguita da un generoso raccolto, finì in uno squisito minestrone fatto in casa. Non scorderò mai la soddisfazione provata in quella calda estate ormai lontana.
Per chi ha avuto la fortuna di trascorrere del tempo tra i solchi imprecisi tracciati dalla mano di una nonna, sa che quell’odore di terra bagnata e di pomodori scaldati dal sole è il profumo stesso dell’infanzia. Le memorie che ne derivano saranno come le bellissime immagini di un albo illustrato.
Sporcarsi le mani, credo, sia un modo per curarsi l’anima.
Se penso all’orto della nonna, ricordo che non seguiva una logica precisa, non c’erano file perfette… C’era una creatività istintiva, un caos colorato di fiori ed ortaggi: il basilico cresceva accanto alle rose e le cassette della frutta diventavano contenitori o sgabelli. Per me quell’orto era una giungla magica. Mi affascinava il mistero di un seme minuscolo che decide di sfidare il buio per cercare la luce. È stata la prima lezione di meraviglia.
L’orto ci regala diversi insegnamenti, sta a noi saperli interpretare. In un mondo di “tutto e subito”, ci insegna il saper aspettare: per avere i frutti bisogna attendere un intero ciclo, dal germoglio al fiore che lentamente si trasforma in frutto.
Per gli adulti sopraffatti da ritmi sempre più insostenibili, è una terapia potente. Dopo una lunga giornata in luoghi di lavoro claustrofobici, liberati dagli abiti formali, affondare le dita nella terra aiuta a scaricare le tensioni. L’orto sposta l’attenzione dal “pensare” al “fare”.
Dall’orto si impara ad accettare di non avere il controllo totale. Possiamo concimare, innaffiare e curare, ma la grandine o i parassiti sono sempre dietro l’angolo e non sempre si riesce a gestire la situazione: bisogna solo rassegnarsi e lasciar andare. L’orto, come la vita, ci insegna a gestire la frustrazione. A volte il raccolto va male nonostante l’impegno, e va bene così. Si impara a pulire il terreno dai resti della tempesta, a preparare di nuovo il terreno e a seminare ancora. È la definizione pratica di resilienza – termine che non amo, ma che tanto va di moda adesso e rende l’idea.
L’orto ha anche un altro potere magico: quello di accorciare le distanze. Se una pianta di pomodori produce troppo, scompare ogni barriera: si scavalca la siepe per regalarne un po’ al vicino, si scambiano consigli e talvolta anche gli attrezzi.
regole di meraviglia dell’orto:
- Rispetta i tempi: Non avere fretta. Se saprai aspettare, il raccolto sarà più buono.
- Accetta il fallimento: Un pomodoro un po’ più piccolo, una zucchina dalla forma strana non sono fallimenti! Fanno parte del ciclo.
- Sii creativo: Se non hai spazio, usa un vecchio scarpone o contenitori che non servono più: sarà tutto più bello!
- Osserva il dettaglio: La bellezza è anche nel lombrico che concima la terra, non solo nel cesto pieno.
- Condividi: La terra è generosa. Cerca di prendere esempio.
Curare un orto significa curare se stessi. È ricordarsi che alla fine siamo fatti della stessa sostanza della terra e che, dopo ogni burrasca, il sole torna sempre a scaldare i solchi, pronti per una nuova stagione.
Ti lascio i titoli di alcuni Libri che raccontano la magia dell’orto:
“L’orto di un perdigiorno” di Pia Pera
“Il piccolo orto di Maja” di Lena Anderson